martedì 19 luglio 2011

Oltre la Vita

Io ho sempre ritenuto le testimonianze di coloro che sono tornati in vita dopo uno stato di morte cerebrale dei sussurri di speranza. Speranza per un 'dopo'. Speranza che tutto questo, la mia vita, 'non svanisca come lacrime nella pioggia'.
Così, per paura che qualcuno mi dicesse che ero davanti all'ennesima bufala, non ho mai letto niente sul tema e sono andato avanti nell'ascoltare i racconti dei pazienti che si risvegliavano mentre ho sempre trascurato il parere dei Medici che li hanno tratti in salvo.

Vi presentiamo un articolo di Mario Campli Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia d'Urgenza e Pronto Soccorso Pubblicato sul n.27 di Settembre/Ottobre 1999 di Scienza & Paranormale -rivista di indagine critica sul paranormale- organo ufficiale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale).

Nonostante sia un resoconto molto professionale, io resto dell'opinione che quando il cervello si spenge qualcosa ancora non spiegabile scientificamente accade. Un qualcosa per il quale noi esseri umani continuiamo il nostro percorso.

Esperienze di Pre-Morte di Mario Campli.

Mi riferisco all'articolo "Alle soglie dell'aldilà - Esperienze dissociative in prossimità della morte" pubblicato a p.44 del numero 24 di S&P. Vi sono commentate le esperienze relativamente comuni dei soggetti che in qualche modo sono stati "prossimi alla morte". Si tratta di situazioni insolite come l'autoscopia, ovvero la "fuoriuscita" dal proprio corpo, che viene osservato dall'esterno, o circostanze apparentemente in contrasto con il momento drammatico che si sta sperimentando della propria morte, come un grande senso di pace e serenità.

Questi fenomeni presentano singolari analogie in quasi tutti i racconti delle esperienze di pre-morte, ma possono essere ben spiegati in base alle nostre conoscenze in campo psicologico e neurofisiologico: la stessa concordanza delle testimonianze può essere vista come una ulteriore conferma alla esistenza di meccanismi precisi che si innescano in quel delicato connubio di mente e materia che è il nostro cervello quando è sottoposto allo stress intenso della percezione dell'imminenza della morte.

Vorrei aggiungere che è una esperienza comune, per chi come me fa il chirurgo, ascoltare il racconto da parte dei propri pazienti di un "risveglio" durante l'anestesia. Il soggetto riferisce di aver ripreso conoscenza nel corso dell'intervento chirurgico, e narra senza mai aggiungere particolari troppo precisi - di aver percepito "tutto": le fasi della operazione, la conversazione dei chirurghi, il rumore delle apparecchiature, e via dicendo. Quando però il paziente cerca di focalizzare i dettagli del suo racconto, il chirurgo finisce invariabilmente per rendersi conto che tutta la narrazione del risveglio "durante" l'intervento altro non è che la elaborazione di quanto è accaduto nella condizione di coscienza alterata che precede immediatamente l'induzione dell'anestesia e segue la fine della stessa. In pratica, il paziente ricorda confusamente quanto accaduto appena dopo il risveglio dell'anestesia, quando è ancora intubato e anestesista e infermieri sono affaccendati attorno a lui al termine dell'intervento; a volte ricorda confusamente anche i pochi attimi trascorsi prima di addormentarsi, e a causa della alterata percezione del tempo e delle sensazioni che si associa allo stato di coscienza obnubilata che precede o segue la completa perdita di coscienza, riferisce i suoi ricordi, ampiamente rimaneggiati e integrati dai meccanismi della memoria, a una fase nella quale era sicuramente privo di impressioni sensoriali.

Il parallelo con i casi di pazienti "morti" e poi "rianimati" in camera operatoria o in pronto soccorso, che raccontano di aver udito e visto medici e infermieri che si affannavano intorno al loro "cadavere" è fin troppo facile. In questi casi, poi, c'è da aggiungere la facilità (a volte la faciloneria) con la quale una persona si definisce o viene definita "morta" e poi "rianimata": la scienza medica non può e non potrà mai "rianimare" un paziente morto, dal momento che una delle caratteristiche tecniche della definizione operativa di morte in uso nei reparti di rianimazione è proprio la sua irreversibilità, che dipende da un danno definitivo e permanente a strutture non recuperabili: e non basta certo un elettrocardiogramma piatto per qualche minuto per definire "morto" un paziente.

L'articolo di S&P. non cita, inoltre, un altro elemento comunissimo nei racconti delle esperienze di pre-morte che naturalmente ha anch'esso una spiegazione meno "spirituale" e più prosaica. Sto parlando, ovviamente, del "tunnel verso la luce" che in un modo o nell'altro è presente nella grandissima maggioranza delle testimonianze di individui che si considerano "strappati alla morte". Tutti costoro riferiscono di aver fluttuato in una oscura galleria al termine della quale si intravedeva una brillante radiosità; di aver percorso un buio tunnel che si apriva verso un cielo chiaro e sereno; di aver visto la "Luce" in lontananza. Di che si tratta?

Anche nella notte più profonda, anche con gli occhi serrati, è possibile per chiunque percepire una specie di "scintillio" diffuso: sono i fosfeni, Immagini spurie prodotte dalla scarica casuale e spontanea dei neuroni della corteccia visiva e dai fotorecettori della retina. Un facile modo per vedere meglio i fosfeni è stimolare i fotorecettori visivi meccanicamente, con un aumento della pressione sugli occhi come accade quando si tossisce o quando ci si sfrega le palpebre. Questa è la "luce" che viene percepita dal "morente". L'effetto tunnel è prodotto da un altro meccanismo fisiopatologico: quando nel cervello si verifica un insufficiente apporto di ossigeno, l'attività dei neuroni si deprime, fino alla completa perdita di coscienza. La depressione dell'attività neuronale a livello delle strutture deputate alla visione produce caratteristicamente un restringimento del campo visivo, come ben possono testimoniare le persone coinvolte in incidenti stradali per guida in stato di ubriachezza. Il restringimento del campo visivo, che equivale a guardare attraverso un tubo di cartone, associato alla visione dei fosfeni nel campo visivo residuo produce la visione del "tunnel verso la luce".

Qualcuno potrà forse dolersi della demolizione delle "prove" di una vita dopo la morte, come vengono presentati spesso questi fenomeni; ma non ha senso coltivare la speranza sulle illusioni. Diviene a questo punto una questione di fede personale, che non deve però spingere chi crede al punto di stravolgere la realtà e reintepretarla a proprio piacimento. Quello del destino riservatoci dalla morte resta, per la scienza, un mistero, al quale accostarci con rispetto e compassione, per accompagnare "tenendo per mano" chi ci lascia nel modo più sereno possibile, ricordando che si tratta di un appuntamento al quale nessuno di noi potrà mancare.

3 commenti:

  1. Non credo che la scienza dimostrerà mai l'esistenza della vita dopo la morte !Dopotutto chi crede nella reincarnazione o nel paradiso non ha bisogno di prove è un discorso personale. Io credo che ognuno possa interpretare e vedere la realtà a modo proprio basta che rispetti le idee e i pensieri altrui. Ovviamente lasciando i fatti concreti come tali.

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  2. Se non sbaglio la chiesa non approvava (così come non approva l'aborto) anche l'eutanasia durante un lungo periodo di coma con stato vegetativo. Ora mi chiedo: ma non è forse un pò contraddittorio per gente che crede nell'aldilà, nel paradiso?! Mi chiedo anche se è giusto tenere in vita persone con delle macchine che semmai dovessero riaprire gli occhi dopo molto tempo difficilmente riacquisterebbero le facoltà mentali di prima di conseguenza sarebbero relegati a vita in centri per disabili o a cooperative di lavoro per disabili gestiti spesso e volentieri dalla chiesa ovviamente e non sarebbero più individui autonomi e indipendenti. La chiesa fà quindi il doppio gioco o preferisce ragionare da scettica?!Questione di convenienza? Concepirei questo discorso da uno scettico del cicap ma non da un uomo di fede.
    Poi ok per come la penso io ...Aldilà o non aldilà meglio essere niente che stare in vita per soffrire. Adesso non so se la legge italiana è cambiata. Grazie per i post fruiscono spunti e riflessioni interessanti.

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  3. Per quanto mi riguarda, spero di non conoscere mai la sofferenza e la menomazione mentale percui preferire morire che vivere con queste. Però, la vita, la mia vita, per ora mi ha sempre sorpreso, divertito... probabilmente sceglierei di vivere in qualsiasi stato di salute pur drammatico che sia.
    Il tuo ragionamento comunque non fa una piega. Per chi crede in un Aldilà garantito dovrebbe essere più facile accettare la volontà altrui soprattutto questa riguarda la propria esistenza. Invece questo non è così perché per ogni aborto, per ogni persona che muore c'è un 8x1000 in meno. La dove c'è sofferenza, persone in punto di morte... c'è sempre un sacerdote che aspetta un offerta od un pezzo di eredità.
    Non voglio generalizzare, ma lo stato vaticano si è formato così... A grandi livelli, con lasciti principeschi da parte di nobili plagiati fino all'ultimo respiro. Finchè una persona è in vita può essere raggirata, se poi soffre è ancor più semplice.

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