martedì 10 maggio 2016

Insediamenti umani scoperti in Antartide dalla NASA.

Una recente missione di telerilevamento svolta dalla NASA chiamata "Operazione IceBridge" ha portato ad una scoperta affascinante e inaspettata.
 
Le immagini hanno rivelato quello che alcuni esperti ritengono possa essere un antico insediamento umano che si trova attualmente sotto 2,3 chilometri di ghiaccio.

La sensazionale scoperta è stata fatta durante le prove di collaudo aereo dei  topografici Laser Altimeter System (ATLAS), Cloud e Land Elevation Satellite-2 (ICESat- 2), che saranno utilizzati per monitorare i cambiamenti nel ghiaccio polare nei prossimi anni.

La sconcertante scoperta è stata fatta a seguito di un certo numero di voli di prova eseguiti da un aereo della NASA munito della tecnologia Lidar che si avvale di un sistema laser destinato ad essere montato sul satellite ICESat-2 che sarà inviato nello spazio nel 2017.  L'obiettivo di questo sistema è quello di misurare le variazioni del ghiaccio polare.
 
 
 
 
"C'è ben poco margine di errore quando si tratta di analizzare le singole foto di fotoni che colpiscono le singole fibre ottiche. È per questo motivo che siamo rimasti sorpresi quando abbiamo notato queste anomale caratteristiche rilevate sotto i ghiacci antartici documentate da alcune immagini ottenute dal sistema lidar ", ha affermato Nathan Borowitz, scienziato e archeologo del Projet IceBridge del Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland. "Il lancio del satellite ICESat-2 previsto per il 2017 probabilmente ci porterà ad altre grandi scoperte e a una migliore comprensione degli aspetti geomorfologici dell'Antartide", ha aggiunto il ricercatore . 
 
Anche se lo scienziato della NASA, Nathan Borrowitz ritiene che queste immagini agli infrarossi sono molto interessanti mentre altri esperti sostengono di aver ottenuto la prova definitiva dell'esistenza di una antica civiltà umana i cui resti si nasconderebbero tuttora sotto i ghiacci antartici .

Fonte: Rafapal

domenica 29 novembre 2015

La fisica quantistica dimostra che la vita continua dopo la morte

Nell'epoca contemporanea, intrisa di scientismo e materialismo, la maggior parte degli scienziati ritiene che il concetto di vita ultraterrena o è una sciocchezza, oppure, se realmente esistesse, è completamente indimostrabile. Eppure, un ricercatore afferma che la fisica quantistica è in grado di fornire prove certe dell'esistenza dell'aldilà.

Perchè la morte fa così paura? Certamente perchè è l’oblio a sconvolgere la nostra coscienza e a smuovere la paura primordiale della morte.
L’uomo vuole vivere, sente se stesso come un essere fatto per la vita e il rischio di essere consegnato al non-essere perpetuo è fonte di una profonda angoscia esistenziale.
Se da una parte le religioni, sapienze antiche, prospettano la certa continuazione della vita nell’aldilà, fornendo una straordinaria mitigazione della paura della morte e un sostanziale significato alla vita del credente, la società contemporanea tende ad esorcizzare la paura della morte o cancellandola dall’esperienza quotidiana, evitando di parlarne o di pensarvi, oppure spettacolarizzandola in fiction televisive e cinematografiche nelle quali l’eroe di turno causa la morte dei nemici come se fossero mosche.
Da qualche tempo, però, ad interessarsi al fenomeno della morte e della sua possibile funzione come passaggio verso un nuovo stato di vita c’è anche la scienza, in particolare quella disciplina definita come ‘fisica quantistica‘, una branca della fisica che studia il comportamento delle particelle a livello atomico e subatomico.
Tra i ricercatori più appassionati della questione vi è il professor Robert Lanza, direttore scientifico presso l’Advanced Cell Technology e professore aggiunto presso la Wake Forest University School of Medicine.
Come ricercatore ha pubblicato centinaia di articoli scientifici e numerose invenzioni e ha scritto, fino ad ora, più di 30 libri, tra i quali “Principles of Tissue Engineering” (Principi di ingegneria dei tessuti) e “Essentials of Stem Cell Biology” (Fondamenti di biologia delle cellule staminali), due pubblicazioni che sono riconosciute come riferimenti definitivi in campo scientifico.
Lanza sostiene la teoria del Biocentrismo, secondo la quale la morte come noi la conosciamo non sarebbe altro che un’illusione generata dalla nostra coscienza. “Ci hanno insegnato a pensare che la vita sia solo l’attività generata dalla combinazione del carbonio e di una miscela di molecole, che vivremo per un certo tempo e che poi finiremo per marcire sottoterra”, scrive Lanza sul suo sito web. “In effetti, noi crediamo nella morte perchè ci è stato insegnato che moriremo, o più specificamente, ci hanno insegnato che la nostra coscienza è un fenomeno associato al nostro organismo e che questa morirò con esso”.
La sua Teoria del Biocentrismo, però, afferma che la morte non può essere l’evento terminale che pensiamo che sia. Il Biocentrismo si attesta come la teoria del tutto e mette la vita al centro e all’essenza dell’attività dell’Universo. Lanza spiega che la vita e la biologia sono il centro dell’esistenza. Anzi, è la vita stessa a creare l’Universo e non il contrario.
Ciò significa che è la coscienza della persona a determinare la forma e la dimensione degli oggetti nell’Universo. La filosofia realista di provenienza greca ha sempre affermato che la realtà esiste di per sé, a prescindere dall’esistenza dell’osservatore.
La fisica quantistica, invece, ha scoperto che l’osservatore è determinante nella formazione della realtà. In effetti, la realtà che noi percepiamo con i nostri sensi è l’incontro tra il ‘funzionamento di base dell’Universo’, che potenzialmente può assumere infinite forme, e la ‘presenza dell’osservatore’, che ne determina con la sua coscienza la forma.
Praticamente, la realtà è come la pensiamo! Lanza fa un esempio sul modo in cui percepiamo la realtà intorno a noi: una persona percepisce il cielo come di un certo colore, e gli viene insegnato che quel colore si chiama ‘blu’. Ma le cellule del cervello di un’altra persona potrebbero percepire un colore diverso, che chiamerebbe sempre blu, ma che potrebbe corrispondere al mio ‘verde’.
Lanza pone questo postulato alla base della sua teoria: tutto ciò che percepisci del mondo non può esistere senza la tua coscienza: la nostra coscienza è alla base della realtà. Ponendo questo postulato nell’osservazione più generale dell’Universo, significa che lo spazio e il tempo non si comportano in maniera ‘dura’ e ‘veloce’ come ci sembra di percepire. In sintesi, essi non esistono di per sé fuori di noi, ma sono un prodotto della nostra coscienza!







  
L’esperimento della doppia fenditura

Nella presentazione della sua teoria biocentrica, Lanza ha citato il famoso esperimento della doppia fenditura, a fondamento delle sue affermazioni. L’esperimento ha mostrato che quando un osservatore guarda passare una particella attraverso due fenditure poste in una barriera, la particella si comporta come un proiettile, passando attraverso una delle due fenditure. Tuttavia, se l’osservatore smette di guardare la particella, questa inizia a comportarsi come un’onda, riuscendo a passare attraverso entrambe le fenditure nello stesso tempo.

Questo significa che la materia e l’energia possono presentare le caratteristiche sia delle onde che delle particelle e che il loro comportamento dipende dalla percezione e dalla coscienza di un osservatore.



La fisica quantistica sembra confermare le teorie dei filosofi idealisti, i quali hanno sempre pensato che la realtà fosse un prodotto della mente dell’uomo. Una volta che spazio e tempo vengono accettati come costrutti della nostra mente, significa che la morte, e l’idea di mortalità, sono anch’esse un fenomeno legato all’esperienza sensoriale della nostra coscienza. Con la morte del nostro organismo, la nostra coscienza entra in una condizione dove non esistono pi confini spaziali e temporali: l’eternità!
Secondo Lanza, la vita è un’avventura che trascende il nostro modo ordinario di pensare. Quando moriamo, non entriamo nel mondo caotico del non-essere, ma torniamo alla matrice fondamentale dell’Universo: “con la morte, la nostra vita diventa un fiore perenne che torna a vivere nel multiverso”, il luogo delle possibilità infinite. Se non sapessimo che si tratta di uno scienziato, penseremmo di ascoltare un uomo di religione.



L’anima come struttura fondamentale dell’Universo

 

Ma Robert Lanza non è l’unico scienziato a ritenere che la fisica quantistica giustifichi l’esistenza della vita eterna. Un medico americano, il dottor Stuart Hameroff, e un fisico quantistico inglese di fama mondiale, Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima. 

Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite in microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.

La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni . Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction). Con la morte corporea i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte.
In parole povere, la coscienza non muore, ma torna alla sua sorgente. “Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dottor Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.
“L’informazione quantistica contenuta nei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”.
La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa, non è il semplice prodotto che emerge da un processo biologico, né si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato.
Certamente la prospettiva è entusiasmante, dato che queste teorie sono in grado di dare un senso alla morte. Ma la domanda che sorge conseguentemente allora è questa: qual è lo scopo dell’esperienza che facciamo nello spazio e nel tempo qui sulla Terra?


Fonte:
http://www.ilnavigatorecurioso.it/




giovedì 1 ottobre 2015

Come l'Occidente ha devastato l'Afghanistan


Ogni volta che muore un soldato italiano in Afghanistan ci chiediamo «Che cosa ci stiamo a fare lì?». Ma c'è un'altra domanda da farsi: cosa abbiamo fatto in Afghanistan e all'Afghanistan?

1) Dismesse le pelose giustificazioni che siamo in Afghanistan per regalare le caramelle ai bambini, per "ricostruire quel disgraziato Paese", per imporre alle donne di liberarsi del burqua, perché, con tutta evidenza, quella in Afghanistan, dopo dieci anni di occupazione violenta, non può essere gabellata per un'operazione di "peace keeping", ma è una guerra agli afgani, l'unica motivazione rimasta agli Stati Uniti e ai loro alleati occidentali, per legittimare il massacro agli occhi delle proprie opinioni pubbliche e anche a quelli dei propri soldati, demotivati perché a loro volta non capiscono «che cosa ci stiamo a fare quì», è che noi in Afghanistan ci battiamo "per la nostra sicurezza" per contrastare il "terrorismo internazionale".

È una menzogna colossale. Gli afgani, e quindi anche i talebani, non sono mai stati terroristi. Non c'era un solo afgano nei commando che abbatterono le Torri gemelle. Non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda. Nei dieci, durissimi, anni di conflitto contro gli invasori sovietici non c'è stato un solo atto di terrorismo, tanto meno kamikaze, né dentro né fuori il Paese. E se dal 2006, dopo cinque anni di occupazione si sono decisi ad adottare contro gli invasori anche metodi terroristici (dopo un aspro dibattito al loro interno: il leader, il Mullah Omar, era contrario perché questi atti hanno delle inevitabili ricadute sui civili e nulla può convenire meno ai Talebani che alienarsi la simpatia e la collaborazione della popolazione sul cui appoggio si sostengono) è perché mentre i sovietici avevano almeno la decenza di stare sul campo, gli occidentali combattono quasi esclusivamente con i bombardieri, spesso Dardo e Predator senza equipaggio, ma armati di missili micidiali e comandati da Nells nel Nevada o da un'area "top secret" della Gran Bretagna. Contro un nemico invisibile che cosa resta a una resistenza? Nei rari casi in cui il nemico si fa visibile i Talebani, nonostante l'incomparabile inferiorità negli armamenti, lo affrontano con classiche azioni di guerriglia com'è stata quella che è costata la vita ai quattro soldati italiani. Azione definita "vigliacca" dal ministro La Russa. Chi è vigliacco? Chi ci mette il proprio corpo e il proprio coraggio o chi stando fuori portata schiaccia un bottone e lancia un missile e uccide donne, vecchi, bambini, com'è avvenuto mille volte in questi anni ad opera soprattutto degli americani ma anche, quando è il caso, degli altri contingenti?

Nel 2001 in Afghanistan c'era Bin Laden che, con l'appoggio degli americani, si era introdotto nel Paese anni prima in funzione antisovietica. Ma Bin Laden costituiva un problema anche per il governo talebano, tanto è vero che quando ne 1990 Bill Clinton propose ai Talebani di farlo fuori, il Mullah Omar, attraverso il suo numero due Waatki inviato appositamente a Washington dove incontrò due volte il presidente americano, si disse d'accordo purché la responsabilità dell'assassinio del Califfo saudita se la prendessero gli americani perché Osama godeva di una vasta popolarità nel Paese avendo fatto costruire con i suoi soldi, ospedali, strade, ponti, infrastrutture, avendo fatto cioè quello che noi abbiamo detto che volevamo fare e non abbiamo fatto.

Ma Clinton, nonostante fosse stato il promotore dell'iniziativa, all'ultimo momento si tirò indietro. Tutto ciò risulta da un documento del Dipartimento di Stato americano dell'agosto 2005.

Comunque sia oggi Bin Laden non c'è più e in Afghanistan non ci sono più nemmeno i suoi uomini. La Cia, circa un anno fa, ha calcolato che su 50 mila guerriglieri solo 359 sono stranieri. Ma sono ubzechi, ceceni, turchi, cioè non arabi, non waabiti, non appartenenti a quella Jihan internazionale che odia gli americani, gli occidentali, gli "infedeli" e vuole vederli scomparire dalla faccia della terra. Agli afgani, e quindi ai Talebani, interessa solo il loro Paese. Il Mullah Omar, come scrive Jonathan Steel, inviato ed editorialista del Guardian nella sua approfondita inchiesta "La terra dei taliban" più che un leader religioso è un leader politico e militare. A lui (come ai suoi uomini) interessa solo liberare la propria terra dagli occupanti stranieri così come aveva già fatto combattendo, giovanissimo, contro i sovietici, rimediando la perdita di un occhio e quattro gravi ferite. E sarà pur lecito a un popolo o a una parte di esso esercitare il legittimo diritto di resistere ad un'occupazione straniera, comunque motivata. L'Afghanistan, nella sua storia, non ha mai aggredito nessuno (caso mai è stato aggredito: dagli inglesi, dai sovietici e oggi dagli occidentali) e armato rudimentalmente com'è non può costituire un pericolo per nessuno.

2) Per avere un'idea delle devastazioni di cui siamo responsabili in Afghanistan bisogna capire perché i Talebani vi si sono affermati agli inizi degli anni Novanta. Sconfitti i sovietici i leggendari comandanti militari che li avevano combattuti (i "signori della guerra"); gli Ismail Khan, i Pacha Khan, gli Heckmatjar, i Dostum, i Massud, diedero vita a una feroce guerra civile e, per armare le loro milizie, si trasformarono con i loro uomini in bande di taglieggiatori, di borseggiatori, di assassini, di stupratori che agivano nel più pieno arbitrio e vessavano in ogni modo la popolazione (un camionista, per fare un esempio, per attraversare l'Afghanistan doveva subire almeno venti taglieggiamenti). I Talebani furono la reazione a questo stato di cose. Con l'appoggio della popolazione che non ne poteva più, sconfissero i "signori della guerra", li cacciarono dal Paese e riportarono l'ordine e la legge nel Paese. Sia pur un duro ordine e una dura legge, quella coranica, che comunque non è estranea alla cultura e alla tradizione di quella gente come invece lo è per noi. In ogni caso la popolazione afgana dimostrò di preferire quell'ordine e quella legge al disordine e agli arbitri di prima.

a) Nell'Afghanistan talebano c'era sicurezza. Vi si poteva viaggiare tranquillamente anche di notte come mi ha raccontato Gino Strada che vi ha vissuto e vi ha potuto operare con i suoi ospedali anche se doveva continuamente contrattare con la sessuofobia dei dirigenti talebani che pretendevano una rigida separazione dei reparti a volte impossibile (medici e infermieri donne per i reparti femminili). Gli occidentali gli ospedali li chiudono come è avvenuto a Laskar Gah.

b) In quell'Afghanistan non c'era corruzione. per la semplice ragione che la spiccia ma efficace giustizia talebana tagliava le mani ai corrotti e, nei casi più gravi, anche un piede. Per la stessa ragione non c'erano stupratori. La carriera di leader del Mullah Omar comincia proprio da qui. Una banda aveva rapito due ragazze nel suo piccolo villaggio, Zadeh, a una ventina di chilometri da Kandahar, e le aveva portate in un posto sicuro per farne carne di porco. Omar, a capo di altri "enfants de pays", raggiunse il luogo, liberò le ragaze, sconfisse i banditi e ne fece impiccare il boss all'albero della piazza del Paese). Ancora oggi, nella vastissima realtà rurale dell'Afghanistan, la gente, per avere giustizia, preferisce rivolgersi ai Talebani piuttosto che alla corrotta magistratura del Quisling Karzai dove basta pagare per avere una sentenza favorevole.

c) Nel 1998 e nel 1999 il Mullah Omar aveva proposto alle Nazioni Unite il blocco della coltivazione del papavero, da cui si ricava l'oppio, in cambio del riconoscimento internazionale del suo governo. Nonostante quella di boicottare la coltivazione del papavero fosse un'annosa richiesta dell'Agenzia contro il narcotraffico dell'Onu la risposta, sotto la pressione degli Stati Uniti, fu negativa. All'inizio del 2001 il Mullah Omar prese autonomamente la decisione di bloccare la coltivazione del papavero. Decisione difficilissima non solo perché su questa coltivazione vivevano moltissimi contadini afgani, a cui andava peraltro un misero 1% del ricavato totale, ma perché il traffico di stupefacenti serviva anche al governo talebano per comprare grano dal Pakistan. Ma per Omar il Corano, che vieta la produzione e il consumo di stupefacenti, era più importante dell'economia. Aveva l'autorità e il prestigio per prendere una decisione del genere. Una decisione così efficace che la produzione dell'oppio crollò quasi a zero (si veda il prospetto del Corriere della Sera 17/6/2006). Insomma il talebanismo era la soluzione che gli afgani avevano trovato per i propri problemi. Se poi, alla lunga, non gli fosse andata più bene avrebbero rovesciato il governo del Mullah Omar perchè in Afghanistan non c'è uomo che non possieda un kalashnikov. Noi abbiamo preteso, con un totalitarismo culturale che fa venire i brividi (per non parlare degli interessi economici) di sostituire a una storia afgana la storia, i costumi, i valori, le istituzioni occidentali. Con i seguenti risultati:

Sono incalcolabili le vittime civili provocate, direttamente o indirettamente dalla presenza delle truppe occidentali. Le stime dell'Onu non sono credibili perchè una recente inchiesta ha rilevato che in almeno 143 casi i comandi alleati hanno nascosto gli "effetti collaterali" provocati dai bombardamenti indiscriminati sui villaggi. Vorrei anche rammentare, in queste ore di pianto per i nostri caduti, che anche gli afgani e persino i guerriglieri talebani hanno madri, padri, mogli e figli che non sono diversi dai nostri. Inoltre in Afghanistan sono tornati a spadroneggiare i "signori della guerra" alcuni dei quali, i peggiori come Dostum, un vero pendaglio da forca, sono nel governo del Quisling Karzai.

La corruzione, nel governo, nell'esercito, nella polizia, nelle autorità amministrative è endemica. Ha detto Ashrae Ghani, un medico, terzo candidato alle elezioni farsa di agosto, il più occidentale di tutti e quindi al di sopra di ongi sospetto: «Nel 2001 eravamo poveri ma avevamo una nostro moralità. Questo profluvio di dollari che si è riversato sull'Afghanistan ha distrutto la nostra integrità e ci ha reso diffidenti gli uni verso gli altri».

Infine oggi l'Afghanistan "liberato" produce il 93% dell'oppio mondiale.

Ma c'è di peggio. Armando e addestrando l'esercito e la polizia del governo fantoccio di Karzai noi abbiamo posto le premesse, quando le truppe occidentali se ne saranno andate, per una nuova guerra civile, per "una afganizzazione del conflitto" come si dice mascherando, con suprema ipocrisia, la realtà dietro le parole. La sola speranza è che il buon senso degli afgani prevalga. Qualche segnale c'è. Ha detto Shukri Barakazai, una parlamentare che si batte per i diritti delle donne afgane: «I talebani sono nostri connazionali. Hanno idee diverse dalle nostre, ma se siamo democratici dobbiamo accettarle». Da un anno, in Arabia Saudita sotto il patrocinio del principe Abdullah, sono in corso colloqui non poi tanto segreti fra emissari del Mullah Omar e del governo Karzai. Ma prima di iniziare una seria trattativa ufficiale Omar, di fatto vincitore sul campo, pretende che tutte le truppe straniere sloggino. Non ha impiegato trenta dei suoi 48 anni di vita a combattere per vedersi imporre una "soluzione americana". E, come ha detto giustamente il comandante delle truppe sovietiche che occuparono l'Afghanistan: «Bisogna lasciare che gli afgani sbaglino da soli». Bisogna cioè rispettare il principio, solennemente sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti gli Stati del mondo, dell'autodeterminazione dei popoli.

E allora perché rimaniamo in Afghanistan e anzi il ministro della Difesa Ignazio La Russa, un ripugnante prototipo dell' "armiamoci e partite", vuole dotare i nostri aerei di bombe? Lo ha spiegato, senza vergognarsi, Sergio Romano sul Corriere del 10 ottobre: perché la lealtà all' "amico americano" ci darà un prestigio che potremo sfruttare nei confronti degli altri Paesi occidentali. Gli olandesi e i canadesi se ne sono già andati, stufi di farsi ammazzare e di ammazzare, per questioni di prestigio. Gli spagnoli, che hanno affermato che nulla gli interessa di meno, che portare la democrazia in Afghanistan, se ne andranno fra poco. Rimaniamo noi, sleali, perché fino a poco tempo fa abbiamo pagato i Talebani perché ci lasciassero in pace, ma fedeli come solo i cani lo sono. Gli Stati Uniti spendono 100 miliardi di dollari l'anno per questa guerra insensata, ingiusta e vigliacchissima (robot contro uomini). L'Italia spende 68 milioni di euro al mese, circa 800 milioni l'anno. Denaro che potrebbe essere utilizzato per risolvere molte situazioni, fra cui quelle di disoccupazione o di sottoccupazione di alcune regioni da cui partono molti dei nostri ragazzi per guadagnare qualche dollaro in più e farsi ammazzare e ammazzare senza sapere nemmeno perché.
* Testo integrale dell'articolo pubblicato sul Fatto il 12 ottobre 2010 e ridotto per ragioni di spazio

mercoledì 29 aprile 2015

L'omeopatia? Solo un placebo in grado di attivare le nostre capacità nascoste

Il National Health and Medical Research Council, il massimo organismo australiano per la ricerca medica, pubblica un'accurata ricerca con cui boccia, senza appello, l’omeopatia. Perentoria la relazione recita: «Non esiste malattia per cui vi sia una prova attendibile dell’efficacia dell’omeopatia. Non c’è ragione fondata per dire che funzioni meglio di una pillola di zucchero», ovvero il placebo in senso medico. E quindi la ricerca conclude: «Le persone che vi si affidano possono mettere a rischio la propria salute, rifiutando o ritardando trattamenti per i quali esista una buona evidenza di efficacia e sicurezza».

Qualcuno penserà: ecco un altro modo per arricchire "Big Pharma" spingendo verso le medicine tradizionali anche chi, allo stato attuale, cerca di coniugare la propria salute con il desiderio di introdurre meno "chimica artificiale" possibile nel proprio corpo. Io la vedrei in un altro modo: non fatevi abbindolare, l'omeopatia serve solo ad arricchire altre case farmaceutiche, alternative ma sempre più potenti. Altra riflessione è opportuna sul fatto che poi, in effetti, su molti la medicina omeopatica ha effetto per davvero. Effetto placebo, dicono gli australiani, ma la "forza" per guarire con uno "zuccherino" da dove arriva?
 
 


Come è stata condotta la ricerca australiana
La ricerca, destinata a sollevare sicure polemiche, è stata fatta conducendo un’indagine su 225 pubblicazioni in tema di omeopatia. Il responso è stato diffuso dopo essere stato rivisto da una società indipendente e ripreso dai principali media internazionali.

Secondo gli autori del rapporto, gli studi dai quali emerge l’efficacia dell’omeopatia sono lavori di scarsa qualità scientifica, con gravi carenze nel modo in cui sono stati disegnati e senza un numero sufficiente di partecipanti. L’analisi degli esperti australiani ha riguardato anche 57 revisioni sistematiche: studi che analizzano le ricerche di qualità disponibili su una determinata materia, per arrivare a una conclusione di sintesi. 

Paul Glasziou, presidente del Nhmrc Homeopathy Working Committee, mette le mani avanti: «Ci saranno persone convinte che tutto questo sia un complotto dell’establishment» per favorire altri interessi a discapito dell’omeopatia, «ma speriamo vi siano anche molte persone ragionevoli che possano riconsiderare la vendita, l’utilizzo e la distribuzione di questi prodotti».

La prima replica dall’Australia
Puntuale la replica, per ora unica, dell’Associazione australiana di omeopatia (Aha), che fa notare come «milioni di cittadini» del Paese facciano ricorso a questi rimedi. L’Aha raccomanda inoltre al Nhmrc di «adottare un approccio più complessivo nell’analisi dell’efficacia dell’omeopatia. Un metodo in cui si consideri una valutazione economica di larga scala sui benefici di un sistema più integrato, che rispetta e sostiene la scelta dei pazienti nel decidere per la propria salute».

Per qualcuno, alla fine, potrebbero avere ragione tutti, ma voi sareste disposti a pagare 20 euro per una confezione di zuccherini?

domenica 31 agosto 2014

La Terza Guerra

Nessuno vorrebbe assistere ad una guerra mondiale. In molti non vorrebbero che venisse combattuta e temono per gli esiti nefasti che ricadrebbero sull'umanità.
In questi ultimi mesi, l'aggravarsi della crisi ucraina ha portato al logoramento ed al disfacimento dei rapporti politici ed economici tra Russia ed il blocco occidentale tanto che una guerra mondiale non sembra più fantascienza.
Dopo 100 anni dall'inizio della prima grande guerra, il mondo sembra essere pronto per un altro infernale conflitto. La crisi economica che affligge il blocco occidentale e la crescita esponenziale della capacità economico industriale di Russia e Cina consentono al blocco orientale di accaparrarsi tutte le risorse planetarie ad oggi disponibili: terre coltivabili, riserve petrolifere, uranio, metalli preziosi e rari ed alleati strategici in zone nevralgiche.
 
Arrivare ad un conflitto armato contro la Russia significherebbe andare contro ai Paesi dell'Organizzazione di Shanghai con un alto rischio di scatenare una terza guerra mondiale di proporzioni apocalittiche. Nel patto ci sono paesi come la Cina, l'India, il Pakistan, Iran.... andavi a leggere il link, rimarrete di stucco. 
 
Negli ultimi venti anni, gli imprenditori e gli investitori occidentali hanno consentito lo sviluppo industriale di paesi orientali consentendo alla Cina di essere la prima forza manifatturiera a livello mondiale. Abbiamo costruito industrie e dato potere economico ad un popolo avvezzo alla schiavitù ed alla obbedienza governato da un regime totalitario che non riconosce i diritti umani. Chiunque abbia consentito tutto questo, in caso di terza guerra mondiale, andrebbe fucilato per alto tradimento.
 
In caso di un conflitto armato contro la Cina, ci troveremo davanti un paese che possiede il debito pubblico, le infrastrutture e le azioni societarie di mezzo mondo, che domina politicamente gran parte dei capi di stato africani, che ha una capacità illimitata di energia e che ha questa forza bellica:

Esercito Popolare di Liberazione (acronimo inglese PLA, Caratteri cinesi semplificati: 中国人民解放军, Caratteri cinesi tradizionali: 中國人民解放軍, pinyin: Zhōnggúo Rénmín Jiěfàng Jūn): si stima (2006) che le forze militari della Cina contino 2,25 milioni di soldati attivi, di cui circa 1,6 (70%) schierati nell'esercito, 470 000 (16%) nell'aviazione e 200 000 (10%) nella marina.

Quello cinese è l'esercito tuttora più numeroso al mondo, con a disposizione ben 14 580 carri armati, 4 000 mezzi per la fanteria e 25 000 pezzi d'artiglieria.

La Cina ha aderito nel 1992 al Trattato di non proliferazione nucleare e possiede 400-600 testate, fra cui 120 armi tattiche e 280 con un raggio d'azione fino a 13 000 km.

Marina dell'Esercito Popolare di Liberazione (acronimo inglese PLAN, cinese semplificato:中国人民解放军海军; cinese tradizionale:中國人民解放軍海軍; Pinyin: Zhōngguó Rénmín Jiěfàngjūn Hǎijūn): fino ai primi anni novanta del XX secolo la marina militare ha ricoperto un ruolo subordinato alle forze armate terrestri. Ha subito in seguito una rapida modernizzazione, ed è ormai, nel XXI secolo inoltrato, la terza più potente al mondo, con oltre 200 000 uomini, organizzata in tre grandi flotte: Flotta del Mare del Nord con sede a Tsingtao, la Flotta del Mar Oriente con sede a Ningbo, e la Flotta del Mar del Sud con sede a Zhanjiang. Il suo teatro d'operazioni si estende fin dove la Cina ha o prevede di avere basi d'appoggio: Maldive, Bangladesh, Pakistan e Birmania.

Aeronautica dell'Esercito Popolare di Liberazione (acronimo inglese PLAAF, cinese semplificato:中国人民解放军空军; cinese tradizionale: 中國人民解放軍空軍; pinyin: Zhōngguó Rénmín Jiěfàngjūn Kōngjūn): con 470 000 avieri, 3.000 aviogetti da combattimento e circa 400 aerei da attacco al suolo è la più grande forza aerea nella costa orientale dell'Asia. È organizzata in sette regioni militari e 24 divisioni aeree.

La Russia non è da meno:

Le Forze terrestri russe (in cirillico: Сухопутные войска Российской Федерации, traslitterato: Suchoputnye vojska Rossijskoj Federacii) costituiscono l'esercito della Federazione Russa. Nonostante le Forze di terra russe siano di fatto nate dall'Armata Rossa nel 1992, i loro ufficiali rivendicano un lignaggio molto più antico che viene fatto risalire ai tempi dell'Esercito Imperiale Russo, se non addirittura al Rus' di Kiev. A partire dal 1992 le Forze di terra si sono dovute ritirare da numerose guarnigioni dell'ex esercito sovietico, mentre restano impegnate nel difficile compito di sedare le rivolte in Cecenia, ed in altre operazioni internazionali di mantenimento della pace. Attualmente questo corpo militare è oggetto di un grande piano di ammodernamento varato dal governo, il quale ha stanziato 200 miliardi di dollari americani nello sviluppo e nella produzione di equipaggiamenti militari all'interno del Programma per gli Armamenti dello Stato. Il programma, che copre il periodo dal 2007 al 2015, dovrebbe rimpiazzare circa il 45% degli armamenti militari russi nell'esercito e nella marina. Con questo finanziamento, l'ex ministro della difesa Sergej Ivanov ha dichiarato di voler superare il vecchio esercito sovietico nella "prontezza al combattimento".[1] Un rapporto del China Securities Regulatory Commission britannico del maggio 2007, sebbene abbia segnalato un notevole aumento di fondi, paragona la velocità del cambiamento delle Forze armate alle riforme della Royal Navy durante i primi anni del XIX secolo, prevedendo una sostanziale incapacità di adeguamento nei prossimi anni. Il rapporto del CSRC sottolinea che le paghe e le condizioni generali dei soldati russi sono migliorate in modo molto significativo, soprattutto per i volontari. Lo stesso rapporto suggerisce che sebbene lo spostamento ad un anno del servizio di leva farà gradualmente diminuire il fenomeno della dedovščina, ovvero del cosiddetto nonnismo contro le nuove leve, esso non scomparirà mai del tutto senza significativi mutamenti strutturale. Altre conclusioni provenienti dallo stesso rapporto sottolineano che le Forze di terra russe stanno affrontando dal 2008 ulteriori difficoltà a causa del piano di riduzione dei termini di durata del periodo di leva da due anni ad uno. Il rapporto del CSRC venne reso pubblico nel maggio 2007, ed è riferito esclusivamente alle Forze armate di Terra Russe. Tuttavia, commentando una dichiarazione del segretario di Stato Condoleezza Rice rilasciate nel 2007, un ufficiale statunitense ha dichiarato pubblicamente, riferendosi all'intera organizzazione militare delle Forze armate, che la Russia rimane "senza ombra di dubbio la seconda potenza militare del mondo".
 
Durante la presidenza di Vladimir Putin incominciarono a venire investite risorse finanziarie ingenti alle Truppe terrestri, venne riformato il loro quartier generale e si fecero passi avanti verso la professionalizzazione dell'esercito. I piani di riforma prevedevano anche di ridurre il servizio di leva a 18 mesi nel 2007 e ad 1 anno a partire dal 2008, mentre rimaneva la composizione mista delle Forze terrestri, con effettivi di leva e a contratto (dal 2009 la ferma è ancora obbligatoria per 12 mesi). Durante la gestione Putin, a partire dal 1999, aumentarono anche le risorse finanziarie destinate alle Forze terrestri russe; grazie ad una leggera ripresa dalla crisi economica che imperversò la Russia post-comunista e ad un aumento delle entrate, in special modo dovute all'estrazione di petrolio, la Russia dichiarò ufficialmente di aver aumentato le risorse destinate alla difesa per la prima volta dalla formazione della Federazione Russa. Il budget ad essa destinato aumentò da 141 miliardi di rubli nel 2000 fino a ben 219 miliardi di rubli nel 2001. Buona parte di queste nuove risorse furono spese nelle retribuzioni del personale; si impostarono addirittura degli aumenti di retribuzioni del 20% nel 2001. Il programma di professionalizzazione dell'esercito, inclusa la nuova formazione di 26.000 sergenti, venne stimato bisognoso di una spesa di 31 miliardi di rubli (1.1 miliardi di dollari USA). Ma le spese non furono limitate al personale; si investì anche in ricerca e sviluppo.
 
La Marina Militare Russa:
 
Flotta del Nord, con quartier generale a Severomorsk. Basata sui vari porti del mar Bianco, tra cui Murmansk e Severodvinsk, è una delle due principali flotte russe (l'altra è quella del Pacifico). Comprende una nutrita flotta di superficie, tra cui l'incrociatore da battaglia a propulsione nucleare Piotr Veliki (Pietro il Grande) della classe Kirov e la portaerei Admiral Kutznezov, l'unica in dotazione alla marina Russa. Inoltre, comprende anche una quindicina di sottomarini nucleari d'attacco (SSN) delle classi Akula, Victor III, Sierra, cinque sottomarini convenzionali Kilo, oltre ad un paio di SSGN della classe Oscar II (alla quale apparteneva il Kursk). Vi sono anche una decina di sottomarini lanciamissili balistici delle classi Delta III e IV e Typhoon. Dipendono dalla Flotta del Nord anche alcuni reggimenti dell'Aviazione di Marina, dotati anche di Tupolev Tu-22M Backfire e jammer (guerra elettronica), oltre che di ricognitori strategici Tupolev Tu-95 e Ilyushin Il-38 May antisommergibile, basati sugli aeroporti intorno a Murmansk, tra cui Umbozero e Babozero.
 
Flotta del Baltico, con (quartier generale a Baltijsk nell'enclave dell'Oblast di Kaliningrad. Comprende mezzi di superficie e subacquei, con base principale a Kaliningrad, difesa da una brigata di fanteria di marina; basi secondarie Kronštadt, la storica base navale vicino a San Pietroburgo, e Baltijsk. Tale flotta, considerando la sua posizione, era stata concepita principalmente per svlgere operazioni anfibie contro i Paesi NATO dell'area.
Flotta del Pacifico, con quartier generale a Vladivostok. Si tratta della seconda delle due grandi flotte della Marina Russa. Ha come altro porto importante Petropavlovsk-Kamčatskij. Comprende mezzi di superficie e sottomarini, tra i quali quattro SSBN Delta III, vari sottomarini nucleari d'attacco classe Akula (anche dotati di missili da crociera), ed SSGN della classe Oscar II. Inoltre, è previsto che l'incrociatore da battaglia missilistico Admiral Nakhimov (appartenente alla classe Kirov), attualmente in fase di aggiornamento e riparazione a Severodvinsk, sia assegnato alla Flotta del Pacifio. L'aviazione di marina è dotata di bombardieri Tu-22M. Le enormi distanze non permettono una agevole gestione della flotta del Pacifico, e si è parlato anche di un suo scioglimento in passato.
 
Flotta del Mar Nero, con quartier generale a Sebastopoli in Ucraina. Un tempo una delle principali flotte della Marina Militare Sovietica, è stata pesantemente ridimensionata in seguito alla spartizione della vecchia flotta tra Russia ed Ucraina (1997). Nel 2005 il governo ucraino ha firmato un accordo per l'affitto alla Russia di aree per l'installazione di basi militari nella vicinanza di Sevastopol (attualmente unica città al mondo ad essere sede di due flotte militari di due Paesi diversi) con durata fino al 2042. In tutti i modi, una nuova base navale è in costruzione a Novorossijsk.
 
Flottiglia del Caspio, con quartier generale ad Astrachan'. Si tratta di un'unità piuttosto secondaria, che oggi sta recuperando importanza. Vittima di una spartizione in occasione dello scioglimento dell'URSS, risulta oggi composta da neanche un centinaio di unità (comprese quelle per compiti di appoggio). Attualmente in fase di riequipaggiamento, non ha a carico sottomarini, e non ha un'aviazione navale.
 
L'aviazione navale della Marina Russa (Aviacija Voenno-Morskogo Flota in russo) ha subito un forte ridimensionamento, rispetto al 1991. Infatti, mentre al momento del crollo dell'Unione Sovietica, poteva contare su ben 1.100 aerei e 60.000 uomini, nel 2006 l'organico risultava essere di 270 aerei e 35.000 elementi. La catastrofica situazione economica ha influito non solo sul lato quantitativo, ma anche su quello qualitativo: infatti, l'attività addestrativa è stata ridotta, provocando un conseguente decremento della preparazione degli equipaggi. Le dotazioni comprendono aerei da caccia Su-27, bombardieri antinave Su-24, Tu-22M e Tu-142, oltre ad aerei da pattugliamento Il-38, elicotteri ed aerei da trasporto per l'espletamento delle ordinarie attività logistiche. Per quanto riguarda la componente imbarcata, oltre che di elicotteri, sono presenti caccia Su-33, imbarcati sulla portaerei Admiral Kuznetsov. Si tratta complessivamente di una trentina di esemplari. Secondo il sito russo warfare.ru[2] le forze aeree possono contare su più di 4.000 mezzi, tra bombardieri, caccia ed elicotteri, mentre l'organico, comprendente anche le truppe antiaeree, conta all'incirca 185.000 uomini. Con questi numeri, si tratta della seconda o terza più grande aeronautica militare nel mondo, a seconda si consideri la graduatoria ordinata per numero di aerei o per quantità di personale, in confronto con l'aeronautica militare della Repubblica Popolare Cinese.
 
Attualmente la forza armata è sotto il comando del Colonnello Generale Aleksandr Zelin.
La Marina militare russa ha una propria aviazione di marina nota come Aviacija Voenno-Morskogo Flota o AV-MF. Le Forze Missilistiche Strategiche (in russo: Ракетные войска стратегического назначения России?) sono la componente delle forze armate della Federazione Russa equipaggiate con missili balistici intercontinentali a testata nucleare. Complessivamente, sono equipaggiate con un totale di oltre 500 missili, con quasi 1.900 testate. Risultano composte da circa 200.000 uomini (160.000 militari e 46.000 civili. Dati del 2000). SS-18 Satan: entrato in servizio nel 1975, è attualmente il più grande missile balistico in servizio nel mondo. Lungo circa 36 metri e pesante 217 tonnellate al lancio, è in grado di trasportare fino a dieci MIRV ad una distanza di 11.000 km (la gittata massima è di 16.000, ma con un numero di testate minore). Secondo i trattati START II, questi sistemi d’arma avrebbero dovuto essere distrutti entro il 2007, ma continuano a rimanere in servizio (si parla di radiarli nel 2020). Attualmente, ne sono schierati 75, con alcuni esemplari di riserva.
 
Questi sono i missili che pioverebbero in testa ai nemici della Russia in un eventuale guerra:
 
SS-19 Stiletto: entrato in servizio a partire dal 1982, ha una lunghezza di 27 metri ed un peso al lancio di 105 tonnellate. In grado di trasportare sei MIRV ad una distanza di 10.000 km, ne rimangono una novantina di esemplari.
 
SS-25 Sickle: entrato in servizio nel 1985, è lungo 22 metri ed ha un peso al lancio di 45 tonnellate. Si tratta di un sistema d’arma estremamente temibile, visto che può essere lanciato da una rampa mobile stradale. Questo rende estremamente difficile individuare le località di lancio. I trattati START hanno posto limiti severi all’operatività di questi sistemi missilistici. La gittata è nell’ordine dei 10.000 km ed è in grado di trasportare una testata nucleare. Attualmente, si tratta del missile russo schierato in numero più numeroso (circa 250 unità).
 
SS-27 Topol-M: si tratta del più moderno missile balistico russo, nonché del mondo. Entrato in servizio a partire dal 1997, è lungo 21 metri con un peso al lancio di 47 tonnellate. La gittata è di 10 500 km, ed è equipaggiato con una singola testata (con possibilità però di arrivare a tre-quattro). Derivato dall'SS-25, anche questo può essere lanciato da una rampa mobile. Inoltre, si tratta di un missile progettato appositamente per eludere lo scudo spaziale americano. Attualmente in produzione al ritmo di 6-7 esemplari l’anno, è in servizio in 65 unità.
 
Inoltre la Russia possiede una Forza Spaziale che consente di individuare satelliti nemici, rampe di lancio missilistiche, attivare sistemi antimissile, ecc....
 
Non so se una terza guerra mondiale vedrebbe un vincitore ed un vinto, ma siamo sicuri che dare tanto potere a stati così alieni alla democrazia possa essere un bene per il futuro dei nostri successori?
 
I Romani, nostri antenati, dicevano:
 
'Se vuoi la Pace, preparati alla Guerra'.