martedì 21 maggio 2013

La Stonehenge Russa

Un promontorio dall’ aspetto curioso, che si erge in una remota area della Russia, potrebbe strappare a Stonehenge il primato come più antico osservatorio astronomico della storia dell’umanità. Almeno, questa è la convinzione di un archeologo che da anni studia gli speroni rocciosi di Sunduki, nella lontana Repubblica di Khakassia. Quelle sette creste di arenaria che spuntano nel bel mezzo di una pianura alluvionale, a poca distanza dal fiume Bely Iyus, sarebbero state un punto perfetto per seguire i movimenti del sole, della luna e delle stelle agli albori della civiltà, già 16 mila anni fa. 

Secondo Vitaly Larichev, professore dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia delle Scienza russa, Sunduki sarebbe stata una sorta di capitale astronomica del mondo antico. A convincerlo, è stata la forma insolita degli otto picchi dalle punte squadrate, come enormi scatoloni scavati nella roccia. Lo stesso nome deriva dalla parola russa “Sunduk”, che significa “tronco”, proprio come tronche appaiono quelle vette smussate. “Per molti anni ho tentato di svelare il mistero di questi cassoni”, ammette il professor Larichev che si è dovuto trasformare in un archeo-astronomo per riuscire nel suo intento. Non ha infatti condotto una campagna di scavi per arrivare a quella che ritiene la verità, ma ha studiato le conoscenze che i nostri antenati avevano della volta celeste. “Quello che ho scoperto mi ha stupito. 

Mettendo a confronto le mappe accumulate in tanti anni di osservazioni del cielo, ho capito che Sunduki è il più antico osservatorio astronomico dell’Asia. Perché prendendo un preciso punto come riferimento, da qui era possibile segnare i vari passaggi del sole e della luna.” Insomma, come un colossale orologio astronomico a cielo aperto, dalle punte squadrate del promontorio, gli antichi avrebbero osservato albe e tramonti, previsto eclissi, calcolato solstizi ed equinozi, molto prima di quanto avessimo mai ipotizzato. 

Perché il ricercatore russo colloca queste osservazioni celesti sedicimila anni fa? Una datazione ricavata dalle pitture e dai graffiti scoperti sulle pareti rocciose di Sunduki, come il disegno di un cavallo bianco che risalirebbe, per l’appunto, al quattordicimila a. C., in piena era glaciale. 

 Il professor Larichev, nella sua intervista al “Siberian Times”, sostiene di aver trovato numerose tracce di osservazioni lunari e solari in questo luogo. “Sapevo che doveva esserci un punto per orientarsi, ma ho dovuto cercare nell’erba a lungo prima di trovarlo. Da quella posizione, fissando la sommità di un picco, si vede una spaccatura nella roccia. Nel giorno del solstizio d’estate, da quel punto preciso si può vedere sorgere il sole. O meglio, lo si sarebbe visto 2mila anni fa, ora si è un po’ spostato.” Non solo. 

Su una di queste creste, ha trovato – su un lato- delle teste di drago incise nella roccia, sull’altro dei serpenti: un simbolo usato in antichità- dice l’archeologo- per indicare lo scorrere del tempo. ”Al mattino, l’ombra si muove sul corpo del serpente, dalla testa fino alla coda, mentre nel pomeriggio si sposta nell’altra direzione lungo il disegno del drago. E dallo stesso punto di osservazione, guardando attraverso le montagne, si può stabilire il vero nord e il vero sud.” C’è ancora molto da scoprire su quella che viene definita “la Stonehenge siberiana”. Resta ad esempio da chiarire lo scopo di alcuni canali scavati nella roccia e di altre costruzioni artificiali, inclusi alcuni tumuli. Così come va ancora accertato chi erano e da dove venivano quegli antichi popoli che da quelle vette squadrate guardavano le stelle per stabilire il passare delle stagioni. 

Articolo di SABRINA PIERAGOSTINI;     Fonte

Meteorite Colpisce la Luna: La Terra è Salva

La Luna, il nostro satellite, ci ha protetti da un asteroide gigante che si è schiantato sulla Luna, generando una luminosità talmente elevata da essere visibile dal nostro pianeta.Il meteorite ha colpito la Luna alla velocità di circa 90mila chilometri orari, provocando un’esplosione paragonabile a quella di 5 tonnellate di Tnt, brillando come una stella di magnitudine 4 e lasciando un cratere forse largo 20 metri nel Mare di Imbrium, fanno sapere dal Meteoroid Environment Office della Nasa.La mancanza di atmosfera sulla Luna apre la strada a qualsiasi corpo celeste si trovi sulla sua strada, con impatti continui che da sempre creano crateri e quest’effetto ‘butterato’. 

Dal 2005 sono stati registrati circa 300 eventi, tracciati tutti dalla NASA e visibili nell’immagine di seguito, ma il più imponente tra questi è avvenuto lo scorso 17 Marzo 2013, con un piccolo meteorite di 30cm di diametro e 4oKg che è piombato sulla superficie lunare all’incredibile velocità di 90.000 km/h. Dopo la pioggia di sassi in Russia e l'asteroide in Argentina la Nasa dà il via a una serie di controlli approfonditi. Giovanni Bignami, presidente dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, commenta: "Ogni anno sulla terra piovono 40mila tonnellate di materiale extraterrestre...".Ad accorgersene, qualche giorno fa, è stato quando Ron Suggs, scienziato del Marshall Space Flight Center di Huntsville, in Alabama, durante le analisi di un video, registrato da uno dei telescopi da 14 pollici del programma di monitoraggio della luna. 

Gli scienziati hanno così calcolato le possibili dimensioni della roccia: 1x0,4 metri, con un peso di circa 40 kg. "Il 17 marzo 2013, un oggetto delle dimensioni di un piccolo masso ha colpito la superficie lunare nel Mare Imbrium," ha spiegato Bill Cooke del Meteoroid Environment Office della NASA. "E' esploso in un lampo quasi 10 volte più brillante di quanto avessimo mai visto prima. "È saltato a destra, era così brillante", ha detto Suggs.

martedì 14 maggio 2013

Nanobot: Apocalisse Zombie

I nanorobot sono microscopici robot in grado di costruire o disintegrare un organismo senza essere visti. Insomma dei veri e propri “batteri artificiali”. Ad oggi le principali case farmaceutiche spendono ingenti somme di denaro nello sviluppo di questa tecnologia. La rivista britannica New Scientist – nel numero del 28 febbraio 2004 – ha annunciato che il ricercatore americano Carlos Montemagno, dell’Università della California, ha messo a punto un nanorobot realizzato da un frammento del muscolo cardiaco di ratto.

Uno dei prevedibili campi di applicazioni è quello medico. Per esempio, il sistema spinto da fibre muscolari potrebbe aiutare i pazienti i cui nervi frenici sono danneggiati, con conseguente dolore nel respirare, nell'utilizzare le proprie fibre cardiache, forzando il loro diaframma a contrarsi. Inseriti nel corpo umano, questi bio-robot potrebbero flettere un materiale piezoelettrico piuttosto che un filo di silicio: l'emissione di scariche elettriche conseguenti alla flessione, dovute a differenze di potenziale dell'ordine di qualche millivolt, potrebbe funzionare da stimolo per i nervi frenici. Tra le applicazioni più interessanti che si possono congetturare per i nanorobot, vi è la costruzione di macchine estremamente complesse e multifunzionali, che potrebbero permettere la ricostruzione dei tessuti viventi mediante una semplice iniezione sottocutanea. Questi nanorobot, sufficientemente piccoli da entrare in una cellula vivente, potrebbero rimpiazzare o riparare gli organuli, modificare gli acidi nucleici — quindi il codice genetico — o effettuare altri compiti che richiederebbero altrimenti una microchirurgia invasiva.

Come può trasformarci in zombie? 

Il prototipo nanobot realizzato da Montemagno è in grado di compiere solo alcune funzioni elementari: muoversi all’interno di un organismo umano, interagire con vasi sanguigni, nervi e poco altro. Ma la cosa sconvolgente è che questo micro-organismo artificiale può continuare a funzionare anche dopo la morte dell’organismo ospite. Ragioniamo, quindi, in prospettiva, con un po’ di fantasia. Un giorno tutti useremo questi nanobot per curarci. Questi saranno in grado di funzionare anche dopo che la nostra morte: ciò significa che potranno continuare a usare il cervello per gestire gli arti dopo che il corpo è deceduto.

Dal 2004 ad ad oggi sono passati 9 lunghi anni nei quali la nano-robotica ha fatto passi da gigante. Queste macchine, della grandezza di un atomo, hanno una mente basilare al silicio ed un motore biologico che usa il glucosio nel nostro sangue come combustibile. Nessuna ricerca ci spiega come questi congegni interagiscono col sistema nervoso centrale una volta deceduto l'ospite. Visto il loro status di entità biologiche risponderanno alla leggi della natura sulla conservazione della specie?

Una volta morto l'ospite, il glucosio, loro fonte di vita, inizierà presto a scarseggiare, l'unico modo per nutrirsi a quel punto sarebbe quello di prendere possesso della carcassa ospitante e farle assumere sangue o carne umana per entrare in possesso di nuovo carburante.

Fonte: Notipedia, Wikipedia

domenica 12 maggio 2013

Il Mistero della Collezione Crespi

Il Padre italiano Carlo Crespi (1891-1982), era giunto nella selva amazzonica ecuadoriana nel 1927. Con il tempo aveva ammassato, presso la sua missione salesiana di Cuenca, una fantasmagorica collezione di manufatti antichi d’inestimabile valore storico e archeologico: statuette d’oro di stile mediorientale, numerosi oggetti d’oro, argento o bronzo: scettri, elmi, dischi, placche, e molte lamine metalliche che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, la cosiddetta “biblioteca metallica”.

Tra le varie lamine, una di esse era lunga circa 20 pollici e riportava 56 segni stampati, come fosse un alfabeto più antico di quello dei Fenici (foto a sinistra del testo). Padre Carlo Crespi era molto anziano quando fu girato il video di Stanley Hall, che riporto nel corpo articolo, e forse era anche confuso, ma nell’ultima parte del video (esattamente nel punto: 4 min. e 18 sec), si vede benissimo che la biblioteca metallica, da lui gelosamente custodita, era reale. 

Osservando al rallentatore l’ultima parte del video, dove si vedono le placche metalliche, si nota che vi sono impressi dei segni o una sorta di geroglifici, come se si fosse voluto rappresentare la storia di un popolo. 

Carlo Crespi ha sempre dichiarato a tutti i suoi intervistatori che tutti i reperti del suo museo, gli erano stati consegnati, nel corso degli anni, da indigeni Suhar, che a loro volta li avevano raccolti nella Cueva de los Tayos. Ecco una sua dichiarazione, ripetuta più volte a vari ricercatori: Tutto quello che gli indios mi hanno portato dalla caverna risale a epoche antiche, prima di Cristo. 

La maggioranza dei simboli e di alcune rappresentazioni preistoriche risalgono ad epoche antecedenti il Diluvio. Padre Carlo Crespi Il religioso italiano sosteneva che i reperti da lui custoditi fossero d’origine antidiluviana e fossero stati nascosti nella caverna da discendenti di popoli mediorientali che erano scampati al diluvio. Molte persone che mi hanno contattato durante questi anni, hanno argomentato che il “tesoro” di Padre Carlo Crespi fosse costituito da falsi o, da pezzi veri, che però non provenivano dalla Cueva de los Tayos. E’ una possibilità, però a mio parere qualcosa di vero in questa storia della Cueva de los Tayos c’è, per vari motivi. Innanzitutto il Padre Carlo Crespi, non ha mai tenuto conferenze sulla sua collezione e non si è mai fatto pubblicità allo scopo di guadagnarci soldi o fama, anzi era piuttosto schivo e controverso. 

Che bisogno avrebbe avuto quindi di inventarsi tutto e raggruppare una montagna di manufatti falsi? 

C’è poi la possibilità che sia stato ingannato da astuti artigiani: a tale proposito lo scrittore Richard Wingate, scrive: E’ stato detto che i reperti di Padre Crespi siano dei falsi che gli furono consegnati da indigeni. Però in seguito i segni scolpiti in alcuni suoi reperti sono stati individuati come geroglifici egizi, ieratico egizio, punico e demotico. Come avrebbero potuto, gli indigeni Suhar o improvvisati artigiani della zona di Cuenca, riportare delle iscrizioni in lingue antiche, nei reperti che consegnavano a Crespi? E' vero che tutti o alcuni dei suoi manufatti potrebbero essere stati veri, ma non provenienti dalla Cueva de los Tayos, ma anche in questo caso perché lui avrebbe divulgato che gli furono consegnati dagli indigeni Suhar? Non avrebbe guadagnato nulla dicendo ciò. Alcuni reperti di Crespi sono stati analizzati da riconosciuti archeologi: per esempio il professor Miloslav Stingi, membro dell’Accademia delle scienze di Praga, dopo aver analizzato alcuni reperti di Padre Crespi disse: Il sole è spesso parte centrale di alcuni reperti incaici, ma l’uomo non è stato mai messo sullo stesso piano rispetto al sole, come vedo in alcuni di questi reperti. Vi sono rappresentazioni di uomini con dei raggi solari che si dipartono dalle loro teste, e vi sono uomini rappresentati con punti, come fossero stelle uscendo da loro stessi. Il simbolo sacro del potere è sempre stato la mente, ma in questi reperti la mente o il capo, è rappresentata simultaneamente come il sole o una stella. Con questa dichiarazione Stingi, propende per sostenere che alcuni dei reperti di Crespi non hanno una derivazione indigena (che sia andina o amazzonica), ma hanno origine differente.
Osservate con attenzione la placca d’oro che riporto qui a sinistra: è una piramide con alla sua sommità un sole. Molto stranamente i gradini della piramide sono 13 e il sole posto nella sua sommità ricorda l’occhio onniveggente. Ai lati vi sono poi due felini, due elefanti e due serpenti. Alla base della piramide vi sono le lettere di un alfabeto arcaico, che secondo alcuni ricercatori sarebbe un proto-fenicio. La piramide, il sole posto alla sua sommità e i 13 gradini sono indubbiamente simboli massonici. Sappiamo che la Massoneria ha origini che si rimontano alla notte dei tempi, e pertanto questa potrebbe essere una placca aurea di culture medio-orientali. Notiamo inoltre che gli elefanti non sono presenti in Sud America (se non prima del diluvio, i mastodonti, che si sono estinti con gli altri animali della megafauna nel 9500 a.C.), e questo rafforza la tesi che l’oggetto in questione abbia un’origine non americana.
Per quanto riguarda i felini, essi non sono puma o giaguari (tipici delle culture andine e amazzoniche), ma gatti, animali sacri dell’antico Egitto. Il serpente poi è un simbolo universale adorato in tutte le culture del mondo antico, come immagine del rigenerarsi della vita, e metafora dell’utero della donna (sta, infatti, negli anfratti dei fiumi). Un ultimo particolare: nel lato sinistro rispetto al sole vi sono 4 piccoli circoli, mentre nel lato destro vi sono 5 piccoli circoli. Si tratta dei 9 pianeti del sistema solare? 

Anche nel reperto qui a destra si possono notare alcuni particolari importanti: Innanzitutto ritroviamo la piramide, questa volta formata da 5 livelli. Nei primi tre vi sono dei simboli di un alfabeto antico, non decifrato. Quindi un elefante, simbolo non tipico delle culture sud-americane, e sulla cima un sole con dieci raggi. 

La biblioteca metallica è stata mai vista al di fuori del fantasmagorico museo di Padre Carlo Crespi? In effetti ci sono state altre persone che affermarono di essere state all’interno della Cueva de los Tayos e aver visto con i loro occhi altre lamine della biblioteca metallica, primo tra tutti l’ungherese naturalizzato argentino Juan Moricz, che dichiarò di aver portato a termine una spedizione nel 1965 guidato da indigeni Suhar. Nella seconda spedizione, guidata da Juan Moricz nel 1969, alla quale partecipò Gaston Fernandez Borrero, non furono però trovate alcune tracce della biblioteca metallica, ma solo stalattiti e stalagmiti. Dopo la seconda spedizione Juan Moricz fece un tentativo di ufficializzare la sua scoperta, il 21 luglio 1969, dichiarando di fronte ad un notaio di aver individuato nella caverna, oggetti importanti dal punto di vista archeologico. 
Varie persone mi hanno scritto sostenendo che Moricz fosse in mala fede, e che lui, dopo aver visto la collezione di Carlo Crespi e aver ascoltato la sua probabile provenienza, pensò di divulgare la storia che aveva trovato la biblioteca metallica all’interno della caverna, per ottenerne soldi e fama. Anche questa è una possibilità, considerando che Moricz non mostrò mai nessuna fotografia dei suoi ritrovamenti. 
Ci sono però altre dichiarazioni, come quella del maggiore Petronio Jaramillo, tratta dal libro “Oltre le Ande” di Pino Turolla. Jaramillo, che dichiarò di essere entrato nella caverna nel 1956, descrisse alcuni manufatti antichi e le famose lamine metalliche, ma anche in questo caso non ci sono fotografie e pertanto si può concludere che la biblioteca metallica è stata vista e fotografata solo ed esclusivamente nel museo di Padre Carlo Crespi. Quando Padre Carlo Crespi morì, nel gennaio del 1982, la sua meravigliosa collezione d’arte mediorientale (e antidiluviana), fu portata via dal museo di Cuenca, verso una destinazione ignota. Alcune voci sostennero che il Banco Centrale dell’Ecuador abbia acquisito, il 9 luglio 1980, per la somma di 10.667.210 $, circa 5000 pezzi archeologici in oro e argento dalla missione salesiana. Il responsabile del museo del Banco Centrale dell’Ecuador, però, Ernesto Davila Trujillo, smentì categoricamente che l’entità di Stato acquisì la collezione privata di Padre Crespi. Secondo altre persone i reperti di Padre Crespi furono inviati in segreto a Roma, ed oggi si troverebbero in qualche cavò del Vaticano. 

A questo punto sorge una considerazione: se i reperti di Padre Carlo Crespi, inclusa la biblioteca metallica, erano dei falsi, perché sono stati fatti sparire? 

Se fossero stati dei falsi sarebbero stati venduti all’incanto in qualche mercatino di periferia, a poco prezzo. Assumendo pertanto che la maggioranza di quei reperti erano veri, ma che non provenissero dalla Cueva de los Tayos, perché sarebbero stati custoditi proprio nella missione salesiana di Padre Carlo Crespi? Che bisogno avrebbe avuto il legittimo proprietario (l’ordine dei Salesiani? Il Vaticano?), d’inviarli a Cuenca? Forse per nasconderli? In questo caso però Carlo Crespi non li avrebbe mai mostrati a nessuno. Come si vede il mistero della biblioteca metallica di Padre Carlo Crespi, è ancora attuale: nessuno può essere certo della sua reale provenienza, e tanto meno della sua attuale ubicazione. Il fatto che sia stata occultata potrebbe essere una prova non solo della sua autenticità, ma anche del suo inestimabile valore e forse, del suo scomodo significato. 


Autore YURI LEVERATTO. Fonte: www.yutileveratto.com

sabato 11 maggio 2013

Ata, la misteriosa creatura scoperta in Cile






Un fagotto scoperto tra l’immondizia di una città abbandonata del Cile. Ecco la storia di Ata, la piccola e misteriosa creatura alta poco più di 12 centimetri, al centro di una diatriba tra chi sostiene che sia un essere umano dalle sconcertanti e finora inspiegabili mutazioni genetiche e chi invece insiste nel ritenerlo un alieno.

A raccontarla, è stato l’ultimo proprietario di questa piccola mummia, che deve il suo soprannome al deserto di Atacama e la sua fama al film-documentario “Sirius” appena uscito nelle sale americane. Ramon Navia-Osorio Villar, presidente di un gruppo ufologico denominato “Istituto di Investigazione e Studi di Esobiologia” di Barcellona, dopo vari passaggi di mano è entrato in possesso di quello stranissimo reperto. Sapeva che era stato trovato nelle vicinanza di La Noria, a 56 chilometri da Iquique, ed è andato ad investigare.

L’autore dell’ eccezionale scoperta, secondo le cronache dei quotidiani locali, si chiama Oscar Muñoz. Faceva il “ferrovecchio”: andava in giro, per le periferie dei centri abitati, alla ricerca di bottoni, pezzi di metallo e altri scarti da rivendere poi nei mercati paesani. Un giorno del 2003, aveva appena infilato la sua pala tra i rifiuti di una vecchia chiesa abbandonata versandone il contenuto nel setaccio, quando vide rotolare qualcosa avvolto in panno e stretto con un fiocco viola.
Aprì l’involucro e si trovò di fronte ad un corpicino scheletrico, dall’ aspetto mai visto: una testa oblunga e deformata, arti esili, una cassa toracica con nove costole. Emanava un cattivo odore, ma non per la decomposizione: era rimasto a lungo sepolto tra la spazzatura. Muñoz buttò via il panno sporco e lo avvolse in un telo pulito. La notizia si diffuse rapidamente e anche la tv cilena si occupò di quello strano, piccolo umanoide che venne chiamato “l’extraterrestre di La Noria”
Curioso di vedere con i propri occhi il luogo del ritrovamento, poco tempo dopo Navia-Osorio si fece accompagnare nella cittadina-fantasma da un amico cileno. E con sua stessa sorpresa, si imbattè proprio in Muñoz: era tornato tra le rovine della chiesa e gli indicò il punto esatto nel quale aveva recuperato il fagotto. L’ufologo spagnolo contattò poi Ricardo Clotet, il barista che aveva acquistato il piccolo scheletro, e glielo ricomprò: voci non confermate parlano di parecchie centinaia di dollari.




A partire dal 2004, decise di sottoporre ad esami approfonditi quel reperto biologico per appurarne la reale natura. Incontrò subito molte difficoltà a trovare medici disponibili ad associare i loro nomi a quella presunta creatura aliena: nessuno voleva metterci la faccia ed apporre la propria firma sul rapporto. Anzi, alcuni luminari dell’Università Complutense di Madrid e di altre istituzioni accademiche in privato avrebbero ammesso di trovarsi di fronte a qualcosa di assolutamente unico ed inspiegabile, rifiutandosi però di ripetere le stesse parole in pubblico.
Alla fine, la minuscola mummia venne esaminata da un team di dottori, biologi e zoologi dell’Accademia reale delle Scienze di Barcellona. Navia-Osorio ha reso note due relazioni scientifiche. La prima riguarda l’esame radiologico effettuato da tre dottori: è una dettagliata descrizione della creatura dal punto di vista morfologico, ma non contiene alcuna ipotesi sulla sua origine. Nel rapporto tuttavia i tre escludevano in modo categorico che si trattasse di un falso, come avevano invece ipotizzato i ricercatori della Complutense per i quali quel corpo era stato assemblato con ossa di uccello.

Il secondo documento è invece il rapporto redatto dal dottor Francisco Etxeberria Gabilondo, professore di medicina legale e forense presso l’Università della regione basca, nonchè specialista di antropologia forense presso l’Università Complutense. Per il dottor Etxeberria, quel corpo scheletrito aveva le tipiche caratteristiche di un feto. Scriveva infatti: “Le proporzioni delle strutture anatomiche, il livello di sviluppo di ogni singolo osso e la sua macroscopica configurazione ci permette di identificarlo senza alcuna ombra di dubbio come un normale feto mummificato. Basandosi sulla lunghezza del corpo e delle ossa, si può supporre una gestazione di 15 settimane.”
Nessuna indicazione precisa sulla datazione del reperto. Secondo il medico legale, non sarebbe però molto antico- non nell’ordine di centinaia di anni, per intenderci- ma solo “abbastanza vecchio”. Per l’assenza di flora batterica nel tubo digerente, da dove ha inizio la putrefazione, quel piccolo feto si sarebbe conservato meglio di un corpo adulto. Inoltre, a preservarlo dalla decomposizione sarebbe stato il clima estremamente secco del deserto di Atacama. Senza risposta, ovviamente, anche come poteva essere finito lì, avvolto con cura in un telo, tra i resti di una chiesa abbandonata.
La parte finale del lungo articolo dell’ufologo spagnolo, pubblicato da un sito argentino (Evidencia Ovni) descrive come sia entrato in contatto con il ricercatore americano Steven Greer, grazie ad una comune amica, una dottoressa di Dallas. Dalla loro collaborazione sono scaturiti quegli ulteriori esami condotti sul misterioso corpicino negli Stati Uniti- gli stessi diventati parte integrante del documentario “Sirius”- dai risultati contrastanti. Perchè se da un lato il biologo molecolare Garry Nolan afferma che Ata sia umano- ma non un feto, essendo vissuto sicuramente qualche anno dopo la nascita- Greer nel film sostiene che il DNA sia di “sconosciuta classificazione”.




Un’opinione, sembra, non completamente condivisa da Ramon Navia-Osorio Villar: dopo quasi 10 anni di inutili tentativi e di ricerche, mantiene infatti un atteggiamento di estrema cautela. “Io non sono tra coloro che ritengono questa creatura un extraterrestre, anche se dal punto di vista morfologico è assai simile ad alcuni di essi. Non lo possiamo negare, ma prima di dirlo dobbiamo considerare anche altre possibilità. In sostanza, non abbiamo prove conclusive che possano stabilire la reale natura del reperto.”

Fonte: http://www.extremamente.it